Branchie di Niccolò Ammaniti. Cannibali in cerca d’aria

Ti prego, non consideratela una recensione. Chi mi conosce, sa della mia venerazione per Ammaniti, ciò  contamina qualunque giudizio in merito.  La mia copia di  “Branchie” di Niccolò Ammaniti , per anni ha avuto un posto di riguardo nello zaino, con i libri scolastici o al posto loro. Ora  è sul mio comodino. Mi capita ancora spesso di tornare a sfogliarlo quando l’aria manca, ed è per questo che, a testa china in segno di rispetto, ho deciso di scriverci su. La storia che c’è dietro alla sua prima pubblicazione (1994 – Ediesse, venne in seguito ripubblicato dalla Einaudi nel 1997) è ormai nota ai più. Forse sarà stata un po’ romanzata, ma uno scrittore del suo calibro, non può mai limitarsi a raccontare ciò che è stato.  “Branchie” , romanzo d’esordio di Ammaniti, nacque come un tumore durante la stesura Branchie - Inkblotdella sua tesi di laurea in biologia (mai raggiunta). Divenne un racconto lungo, assurdo. Mi colpì il suo essere fuori dagli schemi, tanto da fermarmi spesso a rileggerlo alla ricerca di un senso. Avevo quindici anni la prima volta che io e Marco Donati ci siamo incontrati su queste pagine, ormai le conosco a memoria. Mi fu regalato, non ricordo da chi, di sicuro qualcuno che non ho mai ringraziato abbastanza. “Branchie” è uno di quei libri che mi ha cambiato la vita, influenzando i miei interessi. “Branchie” è un inno alla creatività senza alcun freno inibitore, una corsa a perdifiato senza meta, soggiogati da una penna che ha fame di esplorare terre sconosciute. Marco Donati è un trentenne romano che sa di morire. Un tumore ai polmoni incombe sui suoi giorni, rinuncia alle cure, ignorando le premure materne. Non gli sarà d’aiuto neanche la relazione con Maria, emblema di una generazione agiata ed effimera, dedita ad emozioni di plastica : usa e getta. Marco vive nel suo negozio di acquari dismesso, prendendosi cura dei suoi pesci come unico scopo nella vita. Ammaniti con poche parole riesce a far sentire l’umidità, l’aria viziata, persino la mancanza di luce della tana scelta da Marco per i suoi ultimi giorni. La svolta nella trama arriva con una lettera proveniente dall’India. Una ricca signora di nome Margaret Damien, invita Marco a Delhi per costruire il più grande acquario dell’India. Per Marco rappresenterà l’ultima occasione per fare qualcosa di concreto della propria vita. Da questo punto tutto cambia, i generi si fondono in un cocktail esplosivo, incurante delle etichette. La penna di Ammaniti con le sue sfumature pulp, resta credibile, pur generando situazioni allucinanti. Il lettore ne esce tramortito, preso in pieno dal fiume d’inchiostro,  sfrontato e incosciente di Ammaniti. Un attacco in piena regola ad ogni classicismo, un melting pot di generi colti e cultura popolare, utilizzando un linguaggio schietto, incisivo, ma mai banale. A parer mio, il vero manifesto di quel fenomeno letterario “I Cannibali“, sviluppatosi in Italia negli anni novanta, di cui si sente la mancanza.

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