“Mi illudo di ordinare il caos del mondo con una penna.” Intervista allo scrittore Omar Di Monopoli

omar di monopoliDapprincipio non c’era niente. Solo l’arsura cocente di fine agosto che ammantava la distesa di pietra brulla punteggiata dai cespugli di mirto e il lontano episodico rombare delle auto lungo una delle innumerevoli arterie interne che collegano Taranto a Brindisi. Poi all’improvviso comparve il ragazzo a bordo d’uno scooter. (La Legge di Fonzi)

A mio modesto parere, uno degli incipit più belli degli ultimi tempi. Così ho immaginato il nostro incontro, nell’arsura di questi giorni, alla controra , quando il silenzio ,qui da noi, è musica da rispettare. Intervista ad Omar Di Monopoli, scrittore, grafico, sceneggiatore e blogger. Aggiungeteci mio mito personale. Buona lettura!

Uomini e cani - Inkblot
Uomini e cani ed. ISBN – 2013

Candido Marinelli : – Farò attenzione alle parole, cercando di trovare quelle più giuste. Ospitarla qui su Inkblot, è un grandissimo onore per me, lei è uno dei miei idoli. Questo potrà essere un problema, l’intervista perderà “oggettività”, ma poco importa. Per rompere il ghiaccio, userò parole non mie: “In ogni caso, alla fine dell’opera, lo scrittore deve aver provato gli stessi sentimenti di colpa e di terrore dei personaggi. Al libro non gliene frega niente di quello che fa l’autore per scriverlo, ma ai suoi personaggi sì. E sono loro i veri giudici. Questa è la sfida. E la sua riuscita determina il successo finale.” A parlare è uno degli autori che ho scoperto per merito suo e del suo blog, Derek Raymond. Cosa ne pensa? Anche lei ha dovuto indossare i panni di Don Titta Scarciglia (Uomini e Cani), solo per citarne uno.
Omar Di Monopoli : – Credo si possa affermare senza tema di smentita che dietro ogni personaggio di un romanzo si annidi sicuramente una parte del suo autore. Personalmente come scrittore ritengo di essere giunto a completa maturazione nel momento in cui sono riuscito ad abbandonare l’autobiografismo per occuparmi, più semplicemente, delle «storie»: da Uomini e cani in poi – tutti gli scalcagnati lavori precedenti a quello sono, fortunatamente, inediti – i miei romanzi si sono fatti corali, e in ogni libro intreccio le fila di destini di un numero corposo di vite inventate, vite che però in parte mi appartengono, senza dubbio, per cui sì, sicuramente ho provato sentimenti comuni ai miei personaggi, anche se la letteratura, soprattutto quando si attiene ai canoni del genere, ti permette di esagerare, moltiplicare, esasperare la realtà… mi piace pensare che è attraverso questa estremizzazione iperbolica che il vero fulcro delle mie storie venga fuori.

Ferro e fuoco ed. ISBN – 2009

C.M. : – Sarà che nel mio immaginario, lei è un eroe alla Dave Robicheaux, mi chiedo: quanto è noir la sua vita quotidiana?
O.D.  : – Devo purtroppo deluderti e la cosa mi spiace molto: la vita di uno scrittore, di uno bravo intendo (e io faccio una fatica enorme perché anelo ad essere bravo!) è fatta essenzialmente di rituali di affrancamento, di sottrazione; perché sono convinto che la materia stessa dello scrivere maturi nel silenzio e soprattutto nell’ascolto: per cui – in linea di massima – cerco di essere il più invisibile possibile, proprio perché preferisco stare sempre con le orecchie tese, cercando di captare (rubandone il segreto) sensazioni, conversazioni, stati d’animo da chi mi circonda. Chi anela a scrivere da professionista deve trovare il modo di riversare in termini compiuti sulla pagina il grumo di emozioni che lo attorniano quotidianamente. In soldoni, se fossi davvero un Robicheaux a fine giornata avrei voglia solo di stordirmi di alcool per smettere di pensare dopo aver vissuto a cento all’ora ogni oncia di esistenza, invece a me nella vita reale capita l’esatto contrario: la sera non riesco ad andare a letto per colpa dell’addensamento di parole che non ho detto e che mi offusca il cervello, ed è solo con gli strumenti artistici in mio possesso che posso sperare di fare ordine. Intendiamoci, anche l’idea di ordinare il caos del mondo con una penna o una tastiera è una pia illusione, ma quantomeno è un’illusione che ti migliora (perlomeno, tende a migliorarti ecco, poi non è detto che lo faccia!).

La legge di Fonzi - Inkblot
La legge di Fonzi ed. ISBN 2010

C.M. : – Non posso non cogliere l’occasione per chiedere notizie sui suoi prossimi lavori, sono un suo lettore, prima di tutto. A che punto siamo?
O.D. : – Sto scrivendo un nuovo romanzo, molto southern, molto impegnativo, che spero riuscirà a dare a chi mi legge una soddisfazione equivalente allo sforzo che sto profondendo nell’allestirlo (ho pure accantonato due manoscritti non finiti, ma appena possibile tornerò a rimettervi mano perché ritengo anche quelli molto validi) e sono in procinto di cambiare editore (non rivelerò la nuova casa editrice solo perché le firme e i contratti sono tutti in divenire). Il progetto del film da Uomini e cani invece è purtroppo al momento in stand-by a causa di numerose ragioni (non ultima le condizioni di salute di Ermanno Olmi, il produttore, che hanno un po’ complicato i lavori di realizzazione già avviati e ora interrotti, ma il cinema è così: guai a farvi affidamento, si rischia solo di farsi venire un’ulcera). Inoltre, sto scrivendo un trattamento per una serie a tema ufologico, un esperimento nuovo, vedremo cosa ne vien fuori…

C. M. : – I suoi “eroi” non sono mai privi di macchia, hanno “fantasmi” personali da sfidare e difficilmente si possono considerare vincenti all’epilogo. Caratteristica tipica della letteratura Southern americana, non la sola in comune con i suoi scritti, di cui lei è grande appassionato. Quella cultura si è evoluta, serie televisive come “True Detective”, “Fargo” e “Breaking Bad” e il loro successo di pubblico e critica, ne sono la prova. In Italia, che sia letteratura o piccolo e grande schermo, siamo ancora fermi alla commedia, i drammi familiari e i commissari buongustai. Come se lo spiega? Colpa dei produttori o dei “consumatori” ?
O.M. : – Intanto, anche se tale motivazione finisce per diventare

Aspettati l’inferno ed ISBN – 2014

una giustificazione di comodo, va detto che la barriera produttiva è un ostacolo oggettivo: negli USA si spendono per la realizzazione di prodotti audio-video una montagna di soldi in più rispetto a quelli investiti nel nostro paese. Ma è anche vero che negli anni ’60 e ’70 siamo stati capaci d’inventarci dei generi (lo spaghetti-western, il poliziottesco, il giallo gotico, ecc.) fatti con due lire e oggi imitati e studiati da generazioni di cineasti di tutto il mondo. Di fatto esiste un problema politico e culturale che ha affossato l’idea stessa di produzione di un prodotto culturale in Italia: per un GOMORRA e un Sorrentino che nascono migliaia di progetti interessanti finiscono nel cestino, costringendo talenti potenziali a emigrare o, peggio, reprimere le proprie velleità finendo a lavorare nei call-center. Se solo la smettessimo di riconoscere il contributo statale a commedie e commediole sarebbe già un passo avanti, ma al momento la vedo nera… Non so, finché a decidere i finanziamenti ci sarà il capobastone di partito di turno lo scarto culturale direi ce lo sogniamo, e venti anni di tivù spazzatura non hanno aiutato certo l’evoluzione verso vette più alte di ideazione seriale e programmi d’intrattenimento: per cui anche il pubblico, quello che non si informa oltreoceano, resta appeso a un prodotto mediocre, ai Donmattei e ai Carabinieri 10 che sono l’unico pasto cucinato da una èlite creativa pigra e ripiegata sulle proprie convinzioni. Comunque combattiamo, continuiamo a sperare: certo dichiarare la propria resa finirebbe per affondare ancora di più l’offerta culturale di un paese come il nostro, un paese che in termini di creatività ha saputo dare numeri a chiunque!

C.M. : – Nella recensione del suo terzo romanzo, La Legge di Fonzi, pubblicata qui qualche mese fa, mi sono permesso di definirla “musicista della parola”. Chi ha avuto modo di leggerla, non potrà che darmi ragione. Lei riserva un’attenzione quasi maniacale alla cifra linguistica del suo stile, facendo convivere l’idioma autoctono, le descrizioni accurate e le personalità dei tanti personaggi che “popolano” i suoi scritti. In tutto ciò, nella stesura di un romanzo, quanto si affida all’ispirazione del momento?
O.M. : – Come sa chiunque si sia applicato con un po’ di serietà sulla pagina scritta, l’ispirazione è solo il primo passo, la scintilla di un percorso duro, faticoso e a tratti maniacale. Per ciò che mi riguarda mi sono più volte ripromesso di abbandonare questo lavoro perché il rapporto fatica/appagamento non è minimamente accettabile (non parlo di appagamento economico: quello c’è stato, poi no, poi sì, poi chissà, è un lavoro come un altro). Eppure l’ispirazione, appunto, viene a cercarmi nei momenti più inaspettati per suggerirmi delle storie, delle vicende che necessitano di essere raccontate altrimenti finiranno per ossessionarmi sino a farmi dare di matto. E però quello è solo l’inizio, poi comincia il vero calvario: allestire un’impalcatura romanzesca ha a che fare con la matematica: trame che s’incastrano, contraddizioni che rovesciano il punto di vista, personaggi che non s’incontrano… e se a tutto ciò unisci la mia fissa per lo stile (cerco di imitare da sempre l’epica biblica dei grandi scrittori meridionali americani, applicando alcuni loro costrutti alla mia terra e ala mia cultura: al punto che mentre scrivo un libro sono svegliato di soprassalto da un sinonimo intrigante o da una costruzione della frase che potrebbe risultare efficace ai fini del mio disegno complessivo), comprenderai quindi che c’è lavoro per una equipe di psichiatri.

C.M. : – Siamo davvero così fortunati ad essere nati in Puglia come dicono gli spot turistici?
O.M. : – Macché fortunati. Sino a qualche decina d’anni fa da quaggiù partivano per il nord le carovane dei derelitti pronti a fare qualsiasi lavoro e a paghe da fame pur di sopravvivere. Oggi sembra che questa sia la regione più bella del mondo (e in parte lo è) ma mi facessero il piacere di venire a visitarla dopo l’estate, quando la pizzica e i tamburi improvvisamente si spengono e i miasmi dell’ILVA e le emissioni di Cerano ingolfano l’aria mentre per le vie desolate della periferia più estrema i frastagli impazziti della Sacra Corona Unita si sfidano a pistolettate e i giovani vagano sperduti in cerca di lavoro perché dopo la stagione estiva tutto sembra essersi fermato. Non prendiamoci in giro, ecco: è una terra irta di contraddizioni, e contiene al suo interno una discreta dose di luce e di ombre. Come ogni parte del mondo, s’intende!

C.M. : – C’è una domanda che uso fare sempre a chi ho modo di ospitare su queste pagine. Da lei, ho aspettative molto alte, non mi deluda. Qui siamo dell’idea che siamo i libri che abbiamo divorato, i film e le canzoni che abbiamo amato e che abbiamo legato inesorabilmente alla nostra vita. Quali sono i suoi? Leggendo quotidianamente Sartoris, ne ho già un’idea. Ringraziandola davvero di cuore, mi stupisca con quest’ultima risposta.
O.M. : – Mi ripeto ormai spesso nelle interviste e spero di non risultare troppo prevedibile, ma nello stilare un elenco ipotetico di letture imprescindibili non potrei mai evitare di nominare LUCE D’AGOSTO di William Faulkner e LA SAGGEZZA È NEL SANGUE di Flannery O’Connor. Poi, in rapida successione ci infilerei un po’ di Joyce Carol Oates (un libro qualsiasi, è una scrittrice prolifica che spazia nei generi con un’abilità impressionante) e qualche Truman Capote a caso, almeno LA VIA DEL TABACCO di Erskine Caldwell e forse qualche tomo di John Fante oppure di John Steinbeck. Però anche un po’ di libracci fetidi ogni tanto fanno bene: il pulp più estremo e ridicolo, o i giallacci e l’avventura più trash, persino qualche Harmony potrebbe andar bene (Giorgio Scerbanenco in fondo per campare scriveva anche romanzi d’amore). Mi piace pensare che vi sia un momento per tutto, nella vita di una persona. Per settimane l’anno scorso ho letto solo biografie di personaggi storici. Va un po’ così, a pelle! Sui film sono centinaia le pellicole che ritengo fondamentali, ma per fare una summa direi tutto Sergio Leone. Ah e poi una canzone: bhè, adoro le MURDER BALLAD di Nick Cave ma anche lì non ti nascondo che sono capace di ascoltare Mozart per poi passare alla dance più spinta. Un buon compromesso mi pare David Bowie, uno che è passato dal pop più scrauso a sonate indimenticabili. Infine un consiglio, ascoltate tutti Johnny Cash !

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