“Non avere pietà del lettore significa averne rispetto” Intervista allo scrittore Mauro Marcialis

I libri di Mauro Marcialis mi sono stati imposti. Qualche anno fa, quello che oggi è il mio libraio di fiducia, mi minacciò di non permettermi più di mettere piede nella sua libreria se non avessi acquistato “La strada della violenza” (2006 – Mondadori e ripubblicato con la Mezzotints Ebook ).  

Ah, è giusto che sappiate che è stato quello il giorno in cui è diventato il mio libraio di fiducia. Romano Di Marco, non un pinco pallino a caso, ha scritto del suo romanzo d’esordio : è semplicemente il miglior noir puro mai scritto in Italia. Dopo aver letto quest’intervista, scommettiamo che avrete voglia di leggere un suo romanzo? Fatevi del bene, senza pietà.  Buona lettura!

Candido Marinelli : – Vorrei che l’intervista iniziasse come se fosse un suo romanzo, con il piede sull’acceleratore. Evito anche i convenevoli del caso, pur non nascondendo che è un grande piacere ospitarla su queste pagine. So della sua grande ammirazione per James Ellroy, se “l’America non è mai stata innocente cit.” , dell’Italia cosa possiamo dire? Magari qualche editore ci legge e le propone di scrivere una trilogia italiana…
Mauro Marcialis : – Accetto la sfida:
“Dimensione Italia non è misurabile, non è ascrivibile a limitila strada della violenza Inkblot geografici. Dimensione Italia è una slogatura dell’Occidente, i parametri di valutazione sono esclusivamente criminali. La Storia ci aveva già fatto a pezzi: eravamo un’accozzaglia di Stati, tutti orgogliosamente fondati sull’autocompiacimento. L’unità è stata un’operazione di marketing, un grottesco malinteso. Ci siamo illusi, trascinando l’inganno per decenni e fasciandoci con una retorica tricolore che, nell’incuria, si è completamente annerita…”
Il testo è incompleto, prosegue fino ai giorni nostri, ma non è certo mia intenzione sfinire il lettore. Si tratta del cappello di “Dove tutto brucia”, noir che segue “La strada della violenza”. Come poi provo a spiegare nella pagina che anticipa il romanzo, “Dimensione Italia” è una suggestione, il giaciglio “storico” sul quale si appoggiano, scomodamente, le vicende di mera finzione (chissà…) narrate nel testo.Il terzo capitolo è in effetti già pronto, è l’inedito “Tiger Park”, che chiude idealmente questa trilogia a cui ho dato il titolo “Italia calibro zero”.

 C.M. : – Lei è un maresciallo capo della Guardia di Finanza. Ma quanto è noir la sua vita?
marcialis inkblotM.M. : – Rispondere a questa domanda potrebbe significare perdere il lavoro (sorride). Provo a evadere dalla domando limitandomi a dire che il mio status è noir nella misura in cui ravviso la debolezza degli uomini. Tutti i gesti atroci sono figli di debolezza; se fossimo realmente padroni delle nostre passioni e ci limitassimo a godere delle meraviglie del mondo, probabilmente non avvertiremmo il bisogno di tiranneggiare a scapito del prossimo. Ecco, io purtroppo ho questo limite: vedo debolezza dappertutto.

C.M. : – Molti suoi colleghi sostengono che i loro personaggi spesso imboccano direzioni non previste. Cosa ne pensa? Lei ha sempre tutto sotto controllo? Sopratutto per il romanzo storico, credo che molto lavoro sia frutto da schemi imposti in fase di programmazione. O no?
M.M. : – Conosco perfettamente quella sensazione di impotenza rispetto alle bizze dei personaggi. Devo però aggiungere che può essere entusiasmante, poiché si vive in presa diretta l’emozione di tutti quei personaggi per i quali c’è stato un tentativo di immedesimazione. In questo modo l’autore può provare stupore, apprensione, coinvolgimento. Non mi piace avere il controllo della trama e dei personaggi, non pianifico, nessuna scaletta. Voglio poter deviare a piacimento. Il mio input è la tematica. La

Il Sigillo dei Borgia (Rizzoli, 2012)

corruzione, per esempio. All’inizio, i personaggi assolvono un ruolo, una funzione. Solo in corso d’opera li rendo umani (spero) e imparo a conoscerli (forse). Il problema è che quando questo avviene inizio ad annoiarmi, e nei noir di solito li faccio sparire.
Il romanzo storico fa ovviamente eccezione. Lì c’è una gabbia di eventi quasi insormontabile, la tua trama è già stata scritta centinaia di volte. Questo non significa che sia meno coinvolgente: la Storia ci ha regalato misteri da risolvere, leggende da sfatare, miti da ridimensionare o enfatizzare.

C.M. : – “Il ruolo degli editori, come quello dei governi, è ritardare, mai accelerare, tutto ciò che sa di cambiamento” . Parole tratte dalla biografia di Derek Raymond. Mi piacerebbe ascoltare il suo parere in merito.
M.M. : – Istintivamente mi viene in mente la prima delle dieci regole di Noam Chomsky: “l’elemento principale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel distogliere l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche utilizzando la tecnica del diluvio o Mauro Marcialis Inkblotdell’inondazione di distrazioni continue e di informazioni insignificanti. La strategia della distrazione è anche indispensabile per evitare l’interesse del pubblico verso le conoscenze essenziali nel campo della scienza, dell’economia, della psicologia, della neurobiologia e della cibernetica. Sviare l’attenzione del pubblico dai veri problemi sociali, tenerla imprigionata da temi senza vera importanza. Tenere il pubblico occupato, occupato, occupato, senza dargli tempo per pensare, sempre di ritorno verso la fattoria come gli altri animali.”
L’editoria, intesa nel suo complesso, fa certamente parte di quegli strumenti a disposizione dei governanti per rincoglionire i popoli affinché questi non possano disporre di un adeguato spirito critico per poter contestare le decisioni delle lobby. È la solita vecchia Storia. Sono con Raymond, lui è uno puro, quindi un’eccezione.

C.M. : – Il primo pensiero che ho avuto leggendo “La strada della violenza” è stato: Mauro Marcialis non ha avuto pietà del lettore. Finalmente. Quanto è difficile per un autore essere libero da questo vincolo emotivo che, naturalmente, si crea in fase di stesura.
M.M. : – Discorso complesso, troppe variabili: bisogna sempre

Il Falco Nero (Rizzoli, 2014)
Il Falco Nero (Rizzoli, 2014)

considerare le reali intenzioni e le preferenze dell’autore, gli obiettivi che vuole perseguire, senza considerare i paletti suggeriti dagli editori (e quindi, diciamola tutta, dalla maggioranza dei lettori).
Estremizzo: per come la vedo io (ma sono pur sempre un sovversivo) non avere pietà del lettore significa averne rispetto, poiché l’autore non ha posto né barriere né filtri alla propria autenticità e alla verità dei suoi personaggi.
In ambito noir, io sono per l’esplicitazione: mostrare il dramma nella sua interezza, perché ogni omissione, ogni velo che apponiamo, è di fatto un lapsus di verità. Se non fossero state scattate foto nei campi di concentramento, la percezione sarebbe stata differente, più distaccata. Non mi diverte dare voce a un pedofilo, per esempio, narrare le sue gesta, ma ingenuamente sento di doverlo fare perché la realtà è (anche) questa.
In ogni caso, ravvisare la libertà di cui stiamo parlando è sempre più difficile.

C.M. : – Di James Ellroy già ne ero a conoscenza, ma quali sono le altre letture, gli altri film e le altre canzoni che l’hanno resa Mauro Marcialis?
M.M. : – La lista delle letture e degli autori di riferimento è sterminata. Sono suscettibile al talento e al desiderio di rischiare. Adoro i testi eccentrici e visionari (“Arancia Meccanica”, “Il Lercio”, “American Psyco”, per esempio). Un titolo su tutti, però: “Il diavolo in corpo”, scritto quasi un secolo fa da un talento incredibile, Raymond Radiguet, a 18 anni! Film: “Arancia Meccanica” di Kubrick, “Trainspotting”, “Schindler’s List”. Canzoni: direi “Stairway to heaven” dei Led Zeppelin ma, se proprio devo scrivere, i Massive Attack.

Mauro Marcialis Inkblot

 

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