Padri e figlie di Gabriele Muccino. Cinque motivi per vederlo (o farne a meno)

Padri e figlie - InkblotSo cosa state pensando. Capisco anche quella smorfia sul vostro viso. Cosa cavolo ci fa un film del genere su inkblot ? Ok, ok, niente panico. Non avete sbagliato blog ed io non sono impazzito.  Per una serie straordinaria di eventi, ho visto “Padri e figlie” di Gabriele Muccino, per bene due volte al cinema (tutto questo in sette giorni, un record? forse). A mio discapito, è giusto che si sappia che la prima volta ho dormito per buona parte del film… ci tengo alla mia fama di amante del noir. Ora vi starete chiedendo : allora, perché diavolo ha deciso di dedicargli un articolo ? Pur essendo da sempre un detrattore convinto delle opere e dell’operato del regista romano, riconosco che al momento è l’unico regista nostrano ad avere credito negli Stati Uniti e ad aver trovato la formula magica per fare incassi. Credete che sia un dettaglio di poco conto? Cinque motivi per andare a vedere “Padri e figlie” o decidere di farne a meno.

  1. Brad Desch – Carneade. Chi era costui? Il film è tratto  da una sceneggiatura scritta dallo sconosciuto drammaturgo Brad Desch .Scommettiamo che sarà la sua prima ed ultima opera? Dal 2012 era inserita nella black list (per chi non lo sappia, è una lista annuale di sceneggiature molto apprezzate, ma non ancora messe in produzione. Fa molto “sogno americano” , sono quasi convito che sia solo una trovata pubblicitaria). La storia non brilla di originalità, del legame “magico” tra padre e figlia sono piene le videoteche (ne esistono ancora?) e si è dato vita a fiumi d’inchiostro. Il copione è scritto male, quasi offensivo nella sua banalità. Ed è qui che bisogna riconoscere i meriti di Muccino : il suo occhio poetico e la delicatezza nel descrivere i sentimenti che l’anno contraddistinto sin dagli inizi, hanno salvato il film.
  2. Il Cast – Ci sono ben tre attori premi Oscar nel cast e se proprio vogliamo dare i numeri, contiamo quattordici nomination per la prestigiosa statuetta. Talmente tanta abbondanza, che può sembrare uno spreco scritturare Jane Fonda (in ottima forma) e Octavia Spencer, per due ruoli così marginali. Il film ruota intorno a Russel Crowe e non poteva essere altrimenti, visto che ne è anche produttore. Pur essendo molto lontani i tempi del Gladiatore, la forma imbolsita dell’attore e regista neozelandese, da all’interpretazione quel tocco di umanità, di dolcezza, indispensabile per la credibilità della trama del film. Buona l’interpretazione di Amanda Sayfriend e questa forse è una sorpresa. L’ex  svampita di Mean Girls, regala un’interpretazione convincete, combattuta nel doppio ruolo di educatrice e giovane ragazza in lotta con i fantasmi di una vita. Regge alla grande anche i primi piani mucciniani, che neanche la Mezzogiorno ai tempi di “L’ultimo bacio“.
  3. Kylie Rogers – La piccola attrice che interpreta Katie da bambina, merita un capitolo a se. Nel gioco (riuscito) della narrazione che procede su due piani paralleli, la piccola già vista nella serie “The Whispers” prodotta da Steven Spielberg (mica pizza e fichi…), si svincola con maestria dal ruolo di “orfanella sfortunata“, andando ben oltre a qualunque cliché cinematografico già visto. Ho letto qualche commento in giro sul web. Qualcuno la paragona già alla prima Jodie Foster. Mai paragone fu più azzeccato. Riuscirà a commuovervi, anche se quello scarso di Brad Desch, la farà chiamare “patatina” per tutta la durata del film. 
  4. Colonna sonora – Bisogna riconoscere che Muccino ha orecchio. Qualche giorno fa, ascoltavo una sua intervista a Radio Deejay, ospite di Cattelan. C’era una canzone scritta da Steve Wonder pronta per questo film. Sarebbe stato davvero un gran bel colpo per il Gabriele “nostrano”. Peccato che la produzione non abbia trovato l’accordo economico con il celebre vicino di casa del regista e quindi ha dovuto accontentarsi  di chiamare in causa l’amico Cherubini Lorenzo, che è anche il suo testimone di nozze. Qualora voleste fare un film, chi sono i vostri vicini di casa? Chi avete scelto come testimone? Già… Bello anche il tema strumentale scritto da Paolo Buonvino . 
  5. Gabriele Muccino In un momento storico in cui il genere drammatico sembra diventato un’esclusiva del piccolo schermo, Muccino riesce ancora a farsi produrre dagli studios americani, puntando su un talento che gli è sempre stato riconosciuto : saper far piangere. Questa volta riesce anche a nascondersi per buona parte del film, fidandosi del talento dei suoi attori e non facendosi trasportare dal suo smisurato  ego. Dopo quella porcheria di “Tutto quello che so sull’amore“, torna a cercare la felicità consapevole di quanto sia difficile trovarla. In Italia come negli Stati Uniti.
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